Luigi Cecconi

Fuori era estate 2010 - 2016

Fuori era estate

A cura di Annalisa D'Angelo
Testo Critico di Paola Paleari

Nel mondo reale, nella società postmoderna, evoluta, liberale, che ha abbattuto tante barriere in favore dell’autonomia di scelta e di espressione individuale, esistono delle aree controverse, delle zone d’ombra in cui la chiarezza del pensiero logico, sano, colto e civile non è ancora in grado di fare piena luce. Sono zone dolorose da attraversare, perché il rischio di ritrovarsi soli e uscirne confusi è molto alto. Sono argomenti insidiosi da avvicinare, in quanto, una volta lasciato alle spalle il vociare di chi si accalca sentenziando all’ingresso, vi regna un gran silenzio.

Le conseguenze psicologiche dell’interruzione di gravidanza sono una di queste aree politicamente e moralmente controverse. Ogni qualvolta un individuo è soggetto a un’esperienza traumatica senza che gli sia data l’opportunità di processarla liberamente, le ripercussioni sul piano emotivo sono inevitabili. L’aborto è senza dubbio un’esperienza traumatica, ma è anche un diritto, conquistato con fatica. E ogni diritto, una volta riconosciuto collettivamente come tale, comporta dei doveri e delle responsabilità – non solo da parte del soggetto interessato, ma dell’intera comunità. Ci vuole certamente coraggio per assumersi una qualsivoglia responsabilità.

Anche nel mondo privilegiato e protetto dell’arte esistono dei terreni scivolosi in cui l'artista diffida ad addentrarsi, ma per la ragione opposta, ossia perché sono stati tanto battuti e coltivati da risultare ormai quasi consunti.
Prendiamo, per esempio, il campo dei sogni. Fonte di ispirazione umana fin dai tempi delle antiche civiltà, luogo di verità e predizione, il sogno è stato un grande protagonista del Ventesimo secolo, simbolo e strumento di rivoluzioni sociali e movimenti artistici. Nel corso dei decenni, termini quali surrealismo, inconscio e psicoanalisi hanno esondato gli argini della conoscenza specializzata per diffondersi e venire condivisi nella pratica comune. La ricerca di un orizzonte nuovo e sfaccettato e la sovversione della banalità che l'universo onirico aveva contribuito a formulare sono state riassorbite nel pensiero ordinario e il sogno è diventato uno stereotipo. Ci vuole coraggio anche per intraprendere un dialogo attraverso uno stereotipo.

Che coraggio, è la prima cosa che ho pensato quando Luigi mi ha mostrato il suo lavoro, un anno fa. Si presentava ancora in una fase semi-embrionale, non era definito e raffinato come lo vediamo oggi in galleria, ma i presupposti per far tremare i polsi erano già tutti presenti. Un progetto sugli effetti emotivi dell'interruzione di gravidanza, raccontati tramite una trasposizione fotografica delle immagini oniriche descritte da donne che hanno vissuto l'esperienza in prima persona. Un progetto sull'aborto, o meglio sugli aspetti dell'aborto da cui ci sentiamo esenti, ossia il post-chirurgico, il dopo immateriale. Un progetto sul sogno, con il suo carico di cliché a copertura della sua meno romantica, ma ancora attuale, valenza sociale e collettiva. Non solo! Un progetto fotografico sui sogni causati dall'aborto. Nemmeno l´ancora dell'astrazione a parziale salvaguardia delle implicazioni di un obiettivo tanto rischioso. Ma questo progetto mi chiamava, mi aspettava da troppo tempo, Luigi mi ha confidato.

Che coraggio, già, per decidere di dare ascolto a un tale pensiero e voce a un tale argomento. Ma una volta intrapresa questa scelta, quale altra soluzione avrebbe potuto attuare Luigi, se non la fotografia? Semplicemente, e molto onestamente, è questo ciò che Luigi sa fare. Raccontare per immagini. Tradurre in fotografie descrittive, rappresentative, e allo stesso tempo simboliche, ciò che ha con molta pazienza raccolto e ascoltato. E poi agire sulla sostanza, nel senso più fisico del termine. Lavorare sulla materia, sul foglio, sulla struttura. Applicare tecniche passate, sperimentare soluzioni nuove, ideare, realizzare, scartare, ricominciare, ancora e ancora.
Un cammino lungo e faticoso, di cui ho seguito gli alti e i bassi, le soddisfazioni e la frustrazioni. Non sono convinta che a inizio percorso Luigi fosse pienamente consapevole delle incombenze di cui avrebbe dovuto farsi carico, ma gli sono grata per aver avuto il coraggio di non mollare a metà strada.

Il sogno è fenomeno stranissimo ed un mistero inspiegabile, ma ancor più inspiegabile è il mistero e l’aspetto che la mente nostra conferisce a certi oggetti, a certi aspetti della vita (1). E´ una dichiarazione un po´ datata ma credo contenga molto dello spirito di 'Fuori era estate'.
Un lavoro che affronta i concetti su cui fondiamo le nostre certezze alla luce di una conoscenza vissuta, invece che al riparo astratto di costruzioni morali, etiche, estetiche, o più generalmente teoriche. Le stampe pazientemente ottenute tramite processi tradizionali, così come i supporti in cui le parole delle donne emergono dal fondo dell'indifferenza, ci invitano a dissolvere lo stato d’ignoranza attorno a cui articoliamo le convinzioni su cosa sia la vita e sul suo significato. E allo stesso tempo, con molta delicatezza, ci mantengono liberi di spaziare, di immaginare, di poter godere, nonostante tutto, del dato visivo.

Percorrendo le esperienze raccontate, tanto private quanto universali, ci ritroviamo infine a prendere consapevolezza che tutti noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni (2). Davvero questo può farci paura? Suona come una frase da scatola di cioccolatini, e invece è una verità asciutta, una responsabilità chiara e inequivocabile. Che richiede - ancora una volta, ma non solo a Luigi questa volta - coraggio e umiltà.

(1) Massimo Carrà, “Metafisica”, Mazzotta, 1968
(2) William Shakespeare, “La tempesta”, atto IV, scena I


Fuori era estate

Curated by Annalisa D’Angelo
Text by Paola Paleari

Fuori era estate
In the real world, in the postmodern, evolved and liberal society - which has broken down so many barriers in favour of freedom of choice and individual expression - there are still some controversial, shaded areas, that the limpidity of logical, healthy, enlightened and civil thought is not able yet to puzzle out. These are painful areas to walk trhough, where the risk of finding themselves alone and of coming out more confused than before is very high. These are tricky issues to approach and a great silence reigns here, once the clamour of those who crowd and judge at the entrance is left behind.

The psychological consequences of abortion are among those politically and morally controversial areas. Whenever an individual becomes subject to a traumatic experience, without the chance of processing it freely, the repercussions on the emotional level are inevitable. Abortion is undoubtedly a traumatic experience, but it is also an arduously acquired human right. And any right, once recognized collectively as such, implies duties and responsibilities that regard not only the person involved, but the whole community. It certainly takes nerves to assume any kind of responsibility.

Even within the privileged and protected artistic world, there are slippery areas that the artist is afraid to penetrate, but for the opposite reason: some topics have been so paved and vexed that they have become almost worn-out. Let us take, for example, the topic of dreams. A source of human inspiration since the days of ancient civilizations, a place of truth and prediction, dreams have been one of the great protagonists of the Twentieth century, a symbol as well as an instrument of social revolutions and art movements. Over the past decades, terms such as surrealism, unconscious and psychoanalysis have crossed the borders of specialized knowledge and have started to be spread and shared as common practice. The pursuit of a new and polyhedral horizon and the subversion of banality – which the oneiric world contributed to define – have been reabsorbed into the common thought and the dream itself have become a stereotype. It takes nerves also to create a fruitful dialogue by employing a stereotype.

What a nerve, I immediately thought when Luigi showed me his project for the first time, two years ago. At that time, it was still a work in progress, not so defined and refined as we see it today, but the promise of making us shiver from head to foot was already there. A project about the emotional effects of abortion, narrated through a photographic transposition of the oneiric images described by women who have experienced it at first hand. A project about abortion, or rather about its post-surgery issues, its immaterial aspect. A project about dreams, with the cliché façade covering their less romantic, but still relevant, social and collective value. More than that! A photographic project about the dreams that abortion could provoke. Not even the trick of abstraction as a parachute for the implications of a such a risky goal. But this project was calling me, it has been waiting for me for too long, Luigi told me.

What a nerve, indeed, to listen to such a thought and give a voice to such an argument. But once he chose this path, what other solution could Luigi adopt, if not photography? Simply, and very honestly, this is what Luigi is able to to: he tells stories through images. He translates what he has patiently gathered and heard into descriptive and yet symbolical images, and then he acts on the substance, in the most physical sense of the term: manipulating the material, the paper, the structure, applying old techniques, experimenting with new solutions, designing, creating, discarding, starting over again and again.
It was a long and tiring trip, which I have followed from the very beginning, through its ups and downs, its satisfactions and frustrations. I am not sure that, at the starting point, Luigi was fully aware of the rough task he would have to take charge of, but I am grateful for having had the courage not to give up halfway.

Dream is such an intriguing phenomenon and an inexplicable mystery, but all the more unaccountable are the mystery and the appearance that our mind gives to certain objects or certain aspects of life (1). This statement could sound a bit passé, but I believe it grasps the spirit of Fuori era estate. The project deals with concepts we base our beliefs on, and it enlightens them by empirical knowledge rather than by abstract, moral, ethical, aesthetical or theoretical constructions.
The prints - patiently obtained through traditional printing processes - as well as the plates - in which the women’s words emerge from the depths of indifference - are an invitation to dissolve the state of ignorance around which we articulate our beliefs on the nature and meaning of life. At the same time, these images allow us, in a very gentle way, to imagine, to roam and to enjoy them as they are, as visual data.

Walking through these experiences, both intimate and universal, we finally realize that we are such stuff as dreams are made on (2). Could this really scare us? It sounds like a chocolate-box expression, and yet is a dry truth, a clear and unequivocal responsibility. That requires - once again, but not only to Luigi this time - courage and humility.


Paola Paleari

(1) Massimo Carrà, “Metafisica”, Mazzotta, 1968
(2) William Shakespeare, “The Tempest”, Act IV, Scene I

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